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Le origini di un “rapporto complicato”…

La questione della lingua fine a se stessa o in rapporto alla società, ha suscitato dispute e polemiche almeno dai tempi di Dante Alighieri, al quale si deve riconoscere, oltre a sovrane virtù poetiche, una capacità ed un intuito di teorico della lingua, che solo pochi , dopo di lui, hanno avuto.

Partendo proprio da Dante, iniziamo con l’affacciarci sul panorama linguistico italiano del Trecento, quando i documenti ufficiali ai quali ci è concesso accedere senza troppa difficoltà, sono scritti in una lingua letteraria diffusa presso le persone colte. Il carattere letterario ed aulico della loro lingua ha fatto si che gli italiani rimanessero per secoli dialettofoni e solo recentemente si è diffuso un mezzo di comunicazione comune.

Il fatto è che la lingua dei nostri grandi trecentisti si diffonde in Italia soltanto come lingua della letteratura. Nessuno, dal Trecento al Settecento, aveva rinunciato alla lingua materna ( il dialetto), nessuno s’era messo a studiare il toscano come oggi si impara l’italiano quale lingua di comunicazione interregionale. La lingua italiana non esisteva ancora nonostante il prestigio del fiorentino.

Per diversi secoli in Italia la parlata nettamente prevalente è, dunque, il dialetto.

 

…Chiamiamo lingua volgare quella lingua che i bambini imparano ad usare da chi li circonda … senza bisogno di alcuna regola. Abbiamo poi un’altra lingua di secondo grado, che i Romani chiamarono “grammatica” … Di queste due lingue la più nobile è la volgare.. per il fatto che ci è naturale, mentre l’altra è, piuttosto, artificiale. Ed è di questa, la più nobile, che è nostro scopo trattare. Questa è dunque la nostra vera lingua primaria…”

Dante Alighieri